Stegal67 Blog

Tuesday, November 21, 2017

Tutto in una notte (parte prima)


Dall’8 ottobre all’11 novembre. Tutto in un fiato, tutto in una notte. Come in uno dei miei film preferiti, quello con Jeff Goldblum (che è alto esattamente quanto me) ed una Michele Pfeiffer che non sarebbe mai più stata così bella. Ci sono periodi dell’anno nel quale guardo il calendario aggiornato delle gare, dove sono evidenziate quelle nelle quali sarò speaker, e degli impegni di lavoro all’estero. Fin dall’estate avevo mirato a quel periodo lungo più di un mese durante il quale si sarebbero susseguiti nell’ordine: Lussemburgo – Toronto – da qui paracadutato direttamente al weekend di Bobbio e Ceci – vari viaggi a Parma – poi la 3 giorni a Roma – ancora Parma – il weekend di finali di Coppa Italia a Bologna. Infine sarebbe arrivato sabato 11 novembre, e avrei potuto dormire senza dovermi più preoccupare di mettere la sveglia… (ma domenica 12 novembre ci sarebbe stata la gara alla Besozza!).
Quando si profilano all’orizzonte questi periodi, la prima cosa da fare è mettere mano alla lista. LA LISTA. Stegal’s List. La lista è l’ancora di salvezza, seconda in ordine di importanza solo all’Angelo Custode che mi protegge dai guai e dalle cadute. E’ stata redatta in unica copia in occasione di chissà quale dimenticanza di un oggetto essenziale per la trasferta, e da allora si è arricchita di ogni cosa che poteva tornare utile. La Lista è unica: non distingue tra trasferte di lavoro, vacanze non orientistiche, vacanze orientistiche e impegni da speaker. Soprattutto, la lista è un lascito della lettura di due libri che ho sempre amato: “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”. Credo che sia nel secondo libro la descrizione della famosa lista dello Zio Podger che, in procinto di partire per un viaggio, al momento di fare la valigia elencava le cose che sarebbero servite: “Comincia dalla testa. Che cosa si metti? Cappello… SEGNA! Cappello!” e così via.
Poi lo Zio Podger perdeva la lista.
Anche io comincio dal cappello, e a seguire tutto quanto il resto; che sia un vestito per andare ad un incontro con un cliente o la termica a maniche lunghe per affrontare le gare invernali, sulla lista c’è tutto. L’unico limite della lista è che, prima o poi, la disponibilità di materiale si esaurisce. Ho già citato da qualche parte nel blog che il materiale di consumo a più veloce esaurimento sono le mutande: considerata una contingency del 30% (per un viaggio di 3 giorni metto in valigia 4 paia di mutande, più ovviamente quelle che indosso al momento di partire, perché non si sa mai…), si comincia a mettere da parte il trolley piccolo per andare in Lussemburgo. Sopra ad esso finiscono i vestiti e le scarpe per il viaggio con il biglietto delle cose che vanno inserite in bagaglio all’ultimo momento. Poi si inizia con le due valigie per andare a Toronto, sopra alle quali finiscono altri vestiti ed un biglietto dove sta scritto ciò che manca e ciò che dal bagaglio di Lussemburgo dovrà essere trasferito a quello di Toronto.
Poi è la volta degli zaini per andare alle gare di Bobbio e Ceci, con tutte le cose dell’orienteering ed il solito biglietto che spiega cosa dovrà essere preso dal bagaglio di Toronto e ficcato negli zaini. Infine, ma è per puro sfizio, ci sono le borse per le gare di Roma e poi di Bologna, che sono sostanzialmente borse quasi vuote con i volantini, i biglietti del treno già acquistati, e l’elenco di tutto ciò che da Bobbio e Ceci dovrà esservi distribuito. E’ in questa fase che, tipicamente, terminano le mutande a disposizione (giacché per le magliette sono disposto a mettere in borsa reperti bellici del Thermenland Open del 2003 o della 6 giorni di Scozia del 1999…).
Il passaggio cruciale per tutta questa operazione della durata di 34 giorni, da vivere tutti di un fiato, era l’arrivo a casa da Toronto e la immediata (nei piani) partenza per il campionato italiano sprint relay di Bobbio. Il piano di volo prevedeva infatti un atterraggio da Toronto via Monaco attorno alle 14.30 di venerdì 20 ottobre, rientro immediato a casa, rapido travaso di valigie, partenza in auto per Bobbio e crollo sul letto per devastazione da jet lag; non sapevo infatti se sarei stato in grado di partire da solo sabato mattina: sapere di poter essere a Bobbio venerdì sera, magari con la prospettiva di provare il percorso middle di Coppa Italia a Ceci sabato mattina, era tranquillizzante.
(intanto, visto che non dispongo di una foto della gara che sono riuscito a infilare tra i mille impegni lavorativi a Toronto, sulle sponde del Lago Ontario con partenza e arrivo a Coronation Park, vi beccate Michelle Pfeiffer…)
Sfiga. Frau Merkel e la sua caxxo di compagnia di bandiera ne combinano una più di Bertoldo tra ritardi, stra-ritardi e bagagli smarriti. Di conseguenza arrivo a casa stravolto venerdì sera tardi, e tutte le aspettative e le pianificazioni sono andate a ramengo. Catalessi sul letto fino a sabato mattina, affronto il viaggio per Bobbio in condizioni rivedibili, con l’Ipod a palla nelle orecchie e dandomi pizzicotti in serie sul braccio per non addormentarmi. A Bobbio è in programma la seconda edizione del Campionato Italiano Sprint Relay ed io non ho una staffetta con cui gareggiare ma sono speaker. Speaker e quindi ho voglia di provare il percorso Elite, di cui mi è stato detto un gran bene, che si sviluppa nella zona della rocca di Bobbio e del centro storico, poi del ponte romano e della zona lungo il Trebbia.
(carta by www.alessiotenani.it)
La mia partenza, un’ora prima del lancio dei primi frazionisti è spiata da parecchi concorrenti che vogliono vedere da che parte mi dirigerò una volta raggiunto il centro della piazza di Bobbio. Per questo motivo, non avendo appunto una staffetta con la quale gareggiare, mi dirigo volutamente dalla parte sbagliata, ad ovest: faccio il giro del castello in salita, scendo dalla parte opposta del castello verso il punto 1 e poi risalgo per affrontare il labirinto del castello. Che tale si rivela, almeno al mio cervello che ha una concentrazione pari a zero e per il quale l’orario delle 12.30 corrisponde di fatto alle 5.30 del mattino cui ero ormai abituato. Per venire a capo del castello ci metto un’era geologica, e per fortuna che da lì e per qualche punto di controllo si tratta solo di lasciar andare le gambe in discesa.
Mentre sto per andare dal sesto al settimo punto, dietro al primo angolo incrocio una coppia di giovani. Lui è decisamente belloccio, ben piantato e tutto sommato credo che farebbe la sua porca figura da Abercrombie & Fitch. Lei è semplicemente una fata bionda che in una scala da zero a cento prende il voto “copertina di Playboy”. Sapete quelle sensazioni che capitano ogni tanto, no? Beh… io sto correndo la mia gara e cerco solo di darmi un tono, ma la voce che sento da dietro è femminile e dice distintamente “Heja! Heja!”. Mumble mumble… se quella è bionda e mi urla dietro “Heja!”, può venire da un solo paese al mondo, no? Ma chissà se mi ricapita di incontrarli… e infatti, mentre vado al punto 10, rieccoli! La ragazza urla più forte “Heja! Heja!” ed io, esalando l’ultimo respiro, chiedo “Where are you come from?”. Lei risponde con un ovvio “Sweden!” e a questo punto è il ragazzo che mi indica ed esclama “Ehi! This is the O-Ringen!!!”. Già… perché io sto gareggiando proprio con la maglietta dell’O-Ringen. Chissà che cosa avranno raccontato di Bobbio una volta che saranno tornati a casa!
Il finale di gara, dopo un tratto sulle sponde del Trebbia nel quale rinuncio ad ogni velleità agonistica, è abbastanza scontato: per tornare in zona arrivo c’è una sola possibilità di scelta, ma la gara è stata davvero soddisfacente per me (non come tempo di percorrenza, certo!) per via di tutte le variazioni di terreno che ho incontrato nel giro di 25 minuti. Passerò poi le due ore successive a raccontare in campionato italiano nella postazione “da occhi di mosca”: infatti il passaggio dal punto spettacolo e l’arrivo sono disposti a 180° tra loro, ed è solo grazie all’aiuto di Anita Cozzi ed Irene Tomiello che riuscirò (non sempre riuscendoci) a non perdere la maggior parte dei passaggi e degli arrivi). Mi perdo invece del tutto la volata nella categoria under-16 perché la categoria non prevede passaggio in zona speaker e, di conseguenza, mi accorgo che il titolo italiano è stato assegnato quando ormai tutto i protagonisti sono arrivati al traguardo.
Poi arriva sera, ed io finalmente vado a letto distrutto dal sonno. Tappi nelle orecchie per difendermi da un autentico Trans Europe Express che dorme nello stesso stanzone (la definizione non è mia!), fascia sugli occhi, pantaloni imbottiti e pile. La catalessi è ancora una volta immediata. Alle 5.50 del mattino suonano le varie sveglie per sbrandare i protagonisti-organizzatori della gara di Coppa Italia in programma a Ceci. Lungo il trasferimento al rifugio che ospita il centro gare, a 40 minuti di auto, la strada è tutto un susseguirsi di curve, nebbia, curve con nebbia, talvolta nebbia che non fa vedere se davanti c’è una curva o un rettilineo. Tuttavia sono anche in grado di distinguere una luce, ed è quella nella mia testa: sarà che quella appena passata è la prima notte di sonno autentico da quasi 10 giorni, ma mi sento concentrato al massimo e le gambe una tantum sembrano persino rispondere bene.
Quello che mi succede nei 66 minuti successivi è un replay della sensazione di totale coinvolgimento con la carta di gara, come mi succede ormai sempre più di rado. Ma quando succede… La carta di gara qui sotto è sempre quella con il percorso di Alessio Tenani ma, fatte salve le due scelte per andare al punto 3 e al punto 5 dove mi sono appoggiato ai sentieri, posso tranquillamente dire che fino al punto 10 ho corso sulle tracce di Teno (o Teno sulle mie… vai a sapere!).
La sagra delle cose strane comincia sulla strada per il primo punto, quando faccio una scelta “destra sul sentiero-sinistra sulla traccia” e poi già lungo il nasone: dal vivo (nel bosco, mentre sto correndo) mi dico da solo che è pusillanime e da vergognarsi, anzi mi sembra di sentire la voce del mio amico Marco che mi dice “corri per l’ultimo posto in classifica e non hai nemmeno il coraggio di buttarti fuori dai sentieri?”. Quando arrivo al primo punto di controllo, il mio tempo è di 3 minuti e 29 secondi. Che è sempre più del doppio di quanto ci ha messo il primo. In quel momento non posso sapere però che alcuni compagni di brigata impiegheranno 4 minuti, 7 minuti, 9 minuti, 11 minuti, 16 minuti per venire a capo di quel punto… Quello che so è che per motivi ignoti sono riuscito a fare il primo punto proprio bene, e che il mio secondo pensiero è di continuare così senza inanellare troppe vaccate.
Il secondo pensiero. Perché il primo pensiero è rivolto al cacciatore che, non lontano da me, sta sparando a qualche animale… Mentre già vedo il mio nome nei titoli di cronaca “Cacciatore di frodo spara nel culo a impiegato orientista panzottello” penso che potrei palesare a questo sciagurato il fatto che nel bosco stanno transitando anche persone oltre che selvaggina, mettendomi a parlare da solo. Già, ma che cosa mi metto a raccontarmi da solo? Potrei canticchiare qualcosa… ma non mi viene in mente niente! Finché, come nelle migliori tradizioni, non sono io che scelgo la canzone, ma è la canzone che sceglie me: ed è ovviamente quella che mi ha ispirato il titolo del pezzo sul blog.
I'm gonna wait till the midnight hour \ That's when my love comes tumbling down \ I'm gonna wait till the midnight hour \ When there is no one else around…
Dubito che ci siano caprioli che si mettono a cantare “In the midnight hour” nel bosco, e se ne accorge anche lo sciagurato che spara, che incrocio sul sentiero tra la 4 e la 5 mentre se la sta svignando di buon passo se non abbastanza precipitosamente e con il cappuccio tirato sul viso.
Fino alla 10 il percorso mi sembra persino fin troppo facile per una Elite middle di Coppa Italia: la lanterna 9 mi era parsa addirittura niente di più che un punto da esordienti in un classico bosco brianzolo, e la selletta con la 10 era evidentissima da lontano, soprattutto se ci si arriva passando al sasso di destra, quello più grosso che ha le dimensioni di un condominio (oppure se ripenso a tutte le selle e sellette della gara al Cansiglio…). Qui comincio a pagare cari i primi 45 minuti di gara, perché per andare alla 11 vado tutto a destra fino ad incocciare su un grosso sasso di evidente forma fallica, e su Francesco Buselli che sta facendo il suo giro di controllo nel bosco. Dal fallo sasso mi butto a sinistra e poi di nuovo a destra verso la 12 (facile), e poi per la 13 e la 15 è solo tanta fatica in un bosco disegnato con il colore verde che a me non sembra offrire grandi ostacoli. Per la 16 si tratta solo di “correre dietro ai miei piedi”, i quali evidentemente oggi di spingere ne hanno tanta voglia, ed è con enorme soddisfazione che per una volta posso dire a me stesso di aver davvero sfidato la velocità più elevata che posso produrre. Alla 17 ci arrivo seguendo le tracce dei posatori, ed è con orgoglio che metto assieme uno sprint finale degno di questo nome mentre il nebbione comincia ad invadere la zona arrivo.
Lo stesso nebbione che, una volta smessi i panni del concorrente “per una volta soddisfatto della sua gara” (ma i più forti ci hanno messo ugualmente meno della metà del mio tempo… SGRUNT!) e vestiti quelli dello speaker infreddolito, invaderà ad ondate successive e sempre più pesanti l’arena di arrivo; la conseguenza è che ad un certo punto, con una visibilità peggio di Stella Rossa Belgrado – Milan al Marakana di Belgrado, l’arbitro Zonato stava per dare il triplice fischio finale e mandare tutti quanti negli spogliatoi anzitempo…
Invece la gara riesce ad andare in porto regolarmente e pure le premiazioni, effettuate con una visibilità ormai da nebbione in Val Padana: dobbiamo qui ringraziare il Duca Della Vedova del reame di Lombardonia (e anche l’arbitro Zonato) per essersi piazzato a metà strada tra lo speaker ed il podio, a 10 metri dall’uno e dall’altro, perché dalla mia postazione non vedevo un palmo dal naso.
Come se tutto fosse successo “In the midnight hour”…

Wednesday, November 15, 2017

Dopo 18 anni, di nuovo posatore (alla Besozza)



Ebbene è successo! Dopo millanta tamanta (cit.) anni dall’ultima organizzazione di una gara di Trofeo Lombardia, l’Unione Lombarda torna a calcare le scene delle gare regionali (adesso mi pare che si chiamino “di secondo livello”) con la gara al Parco della Besozza di domenica 12 novembre. Non è certo la Foresta del Cansiglio, o la piana di Millegrobbe, ma a correre nella zona del Lago Malaspina sono arrivati in 140, e tanto basta per una gara di fine stagione che più fine stagione non si può. Il titolo dovrebbe alludere proprio a loro, alla “gente della Besozza” che ha sacrificato una fredda mattina di una domenica di metà novembre per farsi una corsetta con cartina e bussola nell’unico posto al mondo dove non c’è una curva di livello manco a pagarla! (al parco di Trenno c’è una depressione nella parte sud della cartina, quindi le curve di livello ci sono anche lì!).

Abbiamo celebrato i vincitori durante le premiazioni, tutti quanti hanno avuto la loro brava foto al traguardo, tutti più o meno sono arrivati a casa ad un orario decente per il pranzo domenicale e la pennichella post-prandiale. Bravi tutti. Ma un piccolo monumento al “posatore ignoto” non vogliamo proprio farlo?

Ecco: il posatore. L’eroe apònimo delle nostre domeniche orientistiche. Colui che se le cose vanno bene (leggi: i punti ci sono e sono posati bene) ha fatto solo il suo dovere, e comunque gareggia per il premio “bastardo dell’anno” per aver messo una lanterna proprio dietro all’unico tronco in grado di nascondere ogni pixel bianco ed arancione visibile da lontano. Se le cose vanno meno bene, c’è il rischio che la gara vada in malora… Poi non c’è nemmeno da chiedersi il perché uno si sveglia nella notte tra il sabato e la domenica in preda al panico, dopo aver sognato di essere in gara in un Fot-O a Conegliano (5 punti di controllo, tutti riferiti a monumenti\dipinti\graffiti con figure di cani… ma quanto si deve mangiare pesante la sera per passare una notte del genere?). Schieramento dei posatori alla Besozza? Eccolo qua.
Al primo carrello Remo: ha fatto lui la cartina ed il tracciato, ed è campione europeo di trail-O. Direi che basta e avanza. Al secondo carrello Lucia: al Parco della Besozza praticamente ci ha costruito le ultime 13 vittorie consecutive nella classifica generale di Coppa Italia. Direi che basta e avanza. In coda al gruppo come zavorra il meravigliosamente vostro redattore del blog… e non si può aggiungere altro. Quando mi hanno chiesto di posare i punti ho pensato “che problema ci sarà?”. Ecco… andare a cercare “un albero diverso dagli altri nel fitto del bosco là dove non c’è una curva di livello manco a pagarla…” per esempio potrebbe essere uno dei problemi. La giornata era partita bene, perché l’organizzazione si è dotata di paletti futuribili in scocca di carbonio, del peso di pochi milligrammi, ben diversi da quelli che mi scarrozzo sulle spalle alla Milano dei Parchi, che pesano una tonnellata e hanno spuntoni metallici dappertutto, cosìcché alla fine di ogni tappa ho la pelle delle braccia e delle mani che sembra che mi sono infilato nel tritatutto fino ai gomiti.

Partito con tutto il mio armamentario di borse, pali, teli e scatole come nemmeno l’arrotino e l’ombrellaio, ho scopetto che persino al Parco della Besozza riesco ad incastrarmi e avvilupparmi nel fitto dei rami e del sottobosco: non conto le volte che i rami mi hanno portato via il berretto, ed in una occasione sono riuscito persino a perdere gli occhiali! Dopodiché ho scoperto le delizie della “posa del XXI° secolo” (giacché l’ultima volta che avevo posato per una gara seria era stato alla Coppa Italia di Golasecca di fine secolo scorso, di cui avevo già parlato qui ); cosa succedeva, per l’appunto, nel secolo scorso? Succedeva che, trovato il punto giusto, piantavi il paletto, piazzavi la lanterna e via verso mille altre mirabolanti avventure (leggi “punti”). Alla Besozza, alba del XXI° secolo appunto, una volta che ho avuto la fortuna di trovare il punto giusto, la posa diventa una roba che al confronto la checklist della partenza dello shuttle è una versione semplificata del “unisci i puntini da 1 a 56: cosa apparirà?”:

prendi la stazione, infilala nel contenitore-cassaforte a prova di bomba\furto\esplosione atomica, spingi bene… non incastrarla, stupido!... ecco, ora che da bravo babbeo l’hai incastrata e non va più né avanti né indietro, passa i successivi 5 minuti a tentare di disincastrarla con le mani gelate… ora che non ce l’hai fatta, scassina il contenitore-cassaforte, estrai la stazione a viva forza usando pure i denti,… riprova che sarai più fortunato… inseriscila bene, controlla che il chip si possa infilare nel contenitore ed anche nella stazione, e che la lucina che lampeggia corrisponda all’altro buco del contenitore metallico… ora inserisci nei fori appositi il blockster per fissare il contenitore… cerca la chiave del blockster in un mazzo da 32 chiavi come nemmeno quello di San Pietro!… comincia a snocciolare i nomi dei Santi del Paradiso… quando arrivi più o meno a nominare il santo del 27 aprile, finalmente trovi la chiave giusta… chiudi il blockster, che improvvisamente da pezzo di ferro inanimato e anelastico prende vita propria e si annoda vorticosamente posizionandosi in modo da nascondere il codice presente sul contenitore… riprendi la chiave… come sarebbe a dire che hai già rimesso in tasca tutto il mazzo??? … Riparti dal 28 aprile e continua a nominare Santi… riapri il blockster, ricolloca il contenitore, ora prendi una lanterna, legala da qualche parte, NON COSI’ STRETTA!!! che quando ti toccherà andare a riprendere i punti dopo la gara dovrai consumarti le unghie per sciogliere i nodi!... sistema la lanterna in modo che abbia un minimo di appeal, un minimo di forma di prisma e non sembri uno straccio buttato lì nella rumenta!... attacca il bigliettino “gara di orienteering in corso – si prega di non spostare” (credo che il Terzo Segreto di Fatima sia la risposta alla domanda “ma che cosa se ne fanno quelli che rubano una lanterna?”), attacca il punzone che ci serve per portare a casa la gara se la stazione elettronica non funziona… rimetti tutto nella scatola, rimetti tutto nelle borse, rimettiti tutto in spalla e avanti con il prossimo punto.
AH NO! ASPETTA! RICORDATI DI ACCENDERE LA STAZIONE ELETTRONICA CON IL TUO CHIP! Come sarebbe a dire “dove avrò messo il chip…”? (continua… continua… continua per altri 13 punti di controllo…)

Sarà un caso che il gioco nel quale da bambino mi sono sempre dimostrato incapace era il Meccano?!? SGRUNT!!! Con tutte le cose inutili che si inventano a questo mondo, un pensierino alle lanterne autoposanti ed alle stazioni di controllo virtuali io lo farei.
Tutto questo per spiegare come mai sono stati aggiunti al rettilineo di arrivo quei 30 metri in più (che, in caso di pioggia, mi sarebbero serviti per accogliere i concorrenti stando al riparo della tettoia): erano semplicemente la vendetta per le unghie nere e le dita maciullate… che poi: posare 14 punti in 120 minuti vuol dire impiegare quasi 10 minuti a punto: se mi avessero chiesto di aiutare a posare alla Foresta del Cansiglio, avremmo assegnato il titolo italiano Elite sabato sera a tarda ora!